Non solo Unipol
Bersani sbanda sulla via giudiziaria alla resa dei conti interna al Pd
Alla riunione dei gruppi parlamentari, Pier Luigi Bersani si è detto preoccupato dal combinato disposto tra il voto del Senato su Alberto Tedesco (che ieri s’è dimesso dal partito), il patteggiamento del manager Enac Pronzato e le notizie su presunte tangenti arrivate all’ex capo della segreteria, Filippo Penati. Ancora una volta il Pd è sotto lo schiaffo non tanto della magistratura, quanto di quella parte di opinione pubblica e stampa che del racconto giudiziario desunto dalle carte dell’accusa ha fatto un modello di interpretazione del reale
16 AGO 20

“La faccenda di Penati è enorme: dalle cose grosse tipo il sostegno alla scalata Unipol grazie a Marcello Gavio fino a quelle piccole come qualche consulenza assegnata a gente del partito”, soffiano deputati non bersaniani tentati dalla via giudiziaria alla resa dei conti interna. “E’ un uomo d’apparato, come ci sono sempre stati – spiega un dirigente cresciuto nel Pci – Se uno così poco competente e creativo fa una carriera tanto veloce vuol dire che ha avuto altri meriti: solo che non aveva proprio i numeri per fare il coordinatore della segreteria”. Bersani vorrebbe uscirne in fretta, solo che non può o non vuole cedere alla tentazione di mandare a quel paese quelli che gli chiedono conto dei suoi rapporti con Pronzato e Penati: ieri ha pubblicato una lettera sul Corsera in cui rivendicava la buona volontà del Pd e poi, per così dire, si rimetteva alla clemenza della corte. Oggi dovrebbe essere in edicola la “memoria difensiva” scritta per il Fatto (Travaglio gli chiede da giorni di rispondere a qualche domanda sui suoi rapporti con Gavio).
“Se non avessimo fatto la cazzata di mettere in parallelo le vicende Papa e Tedesco avremmo avuto il 90 per cento dei problemi in meno”, dice il lettiano Francesco Boccia: “Comunque la linea del segretario è chiara: chi sbaglia paga e chi è innocente avrà alle spalle un partito vero”. Chissà. In questi giorni è ricominciato a circolare a Palazzo un nome simbolico: Ottaviano Del Turco. Arrestato da presidente dell’Abruzzo, le sue ragioni ora paiono farsi strada in tribunale. “E’ socialista, non poteva sopravvivere”, ironizzava ieri alla Camera Cesare Marini, ex Psi pure lui.